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MUTUO SOSTEGNO
“Unitevi tutti con noi, se volete compiere qualche cosa di utile, poiché è coll'unione di tutti, che noi poveri e deboli come siamo, se non isolati, potremo diventare una forza”
Questa frase, tratta da un manifesto per raccogliere le adesioni alla “Società di Mutuo Soccorso tra Macchinisti e Fuochisti delle Strade Ferrate Alta Italia”, (costituita ufficialmente il 1° maggio 1877, ma operante all'incirca dal decennio precedente), rappresenta un buon punto di partenza per offrire qualche spunto sul significato della mutualità nel passato e per invitare all'azione per il presente. Tale società derivava dalla necessità di rispondere a bisogni strettamente connessi all'attività lavorativa, (si intende facilmente dal nome), erogando sussidi in caso di morte o malattia del socio, sostenendolo nella difesa nei processi in caso di reati non dolosi commessi durante lo svolgimento del servizio e per aiutarlo nel caso di licenziamento senza una giusta causa.
Più in generale la necessità comune di reciproco aiuto era determinata dalla mancanza di forme di assistenza sanitaria e di previdenza pensionistica da parte dello Stato.
Sono parecchi i sodalizi di questo tipo che nascono dalla metà del XIX secolo in Europa, con l'avvento dell'industrializzazione.
In Italia prendono forza soprattutto nelle grandi città del Nord, dove il tessuto sociale è caratterizzato dalla mancanza di solidarietà e di quella coesione familiare tipica delle realtà contadine.
Non solo, le società operaie di mutuo soccorso offrono diverse possibilità ai soci e ai loro familiari: dalle scuole serali al medico gratuito, dal credito allo spaccio dei generi alimentari; sono le prime forme di autorganizzazione sociale.
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L’autogestione come autoregolamentazione permanente.
Tanti sono i compagni che nella mia esperienza professionale si sono rivolti a me per chiedermi consigli al fine di organizzare un’iniziativa in campo economico, culturale, ricreativo o altro capace di mettere in pratica i principi autogestionari.
Con queste note intendo offrire a chi mi legge un quadro di primo riferimento  di quelle che sono le norme costitutive elementari per qualsiasi organizzazione autogestionaria che voglia dare concreta applicazione ai principi libertari.

Il contrattualismo
Alla base di ogni organizzazione libertaria, comunitaria e /o autogestionaria vi è l’accordo di due o più persone a costituire una società, un’associazione, una cooperativa o un semplice collettivo con un determinato scopo nel rispetto di principi ed obiettivi comuni.
I promotori dell’iniziativa dovranno per prima cosa sviscerare in un’aperta discussione discussione idee, progetti energie umane ed economiche senza dare immediata importanza alla scelta della forma giuridica da adottare.  Solo a discussione sviscerata nei suoi aspetti sostanziali, ci si rivolgerà ad un professionista per farsi consigliare in quali termini giuridici perfezionare l’accordo fra i soci.
Va detto, poi, che alcune forme associative, come i comitati, potranno essere costituite senza alcuna particolare regolamentazione giuridica, ma se vorranno avere un respiro organizzativo nel tempo dovranno dotarsi anche di strumenti statutari di regolamentazione della vita associativa.

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Resoconto della Conferenza AIT sul lavoro precario, l'autogestione e le cooperative tenutasi a La Vecilla (León, Spagna), 13, 14 e 15 agosto 2010.
La Conferenza era ospitata dal IX Campeggio libertario organizzato dalla CNT León; ottima l'accoglienza, la partecipazione e la disponibilità dei compagni locali.
Presenti delegazioni di: NSF (Norvegia), ZSP (Polonia) PA (Slovacchia), MASA (Croazia), FAU (Germania), SF (Inghilterra, fed. loc. di Brighton), CNT-F (in rappresentanza non nazionale, ma della fed. locale di Pau), CNT-E (fed. loc. di Granada e Saragozza, presenti anche compagni delle fed. loc. di León e Madrid), AIT-SP (Portogallo). Per problemi legati alla concessione del visto, il delegato della KRASS (Russia) è arrivato la sera di sabato 14, mentre i due delegati del giornale Humanidad (Perù) sono arrivati soltanto la sera di domenica 15. Presente fin dall'inizio anche un compagno FAI (Federación Anarquista Ibérica).
Oltre che dai delegati delle sezioni AIT, la Conferenza è stata seguita, parzialmente o totalmente, da alcuni presenti al campeggio, senza diritto di parola, salvo decisione contestuale dell'assemblea favorevole al loro intervento. Tra questi ospiti un ragazzo e una ragazza siciliani, particolarmente interessati al tema sindacalista libertario.
Venerdì 13: dopo i saluti e le formalità (credenziali e OdG) la giornata è trascorsa nell'enumerazione di casi diversi, affrontati da varie sezioni, di conflitto sul posto di lavoro. Come delgazione italiana abbiamo citato il caso positivo della lotta all'IKEA di Brescia. Taglio: scuola tecnica precariato.
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Anarcosindacalismo: una prospettiva di trasformazione sociale
La forza-lavoro in Italia
La distribuzione della forza lavoro in Italia è quella tipica dei paesi economicamente più sviluppati che hanno subito forti processi di delocalizzazione produttiva: nel 2009 risultavano 23.203 mila occupati (circa il 60% uomini e il 40% donne), così distribuiti, oltre il 66% nei servizi, circa il 30% nell’industria e quasi il 4% in agricoltura. L’incidenza del lavoro autonomo è di circa il 25%. Il tasso di disoccupazione ufficiale ha raggiunto nel 2010 il 9,1%. Quello reale, probabilmente, supera largamente il 10%, perché molti hanno smesso semplicemente di cercare lavoro e non si iscrivono più agli uffici di collocamento. Tra gli occupati, quelli che hanno una condizione lavorativa precaria (lavoro a tempo determinato e contratti di collaborazione) sono quasi quattro milioni, di cui circa il 25% è alla ricerca di lavoro. I lavoratori stranieri (comunitari o extracomunitari, ovviamente solo quelli in regola col permesso di soggiorno) sono, nel 2010, quasi 3.500.000.
Il lavoro precario
Da questo intreccio di dati, non semplice da interpretare, emerge comunque che la figura tradizionale del “lavoratore italiano garantito” – quello cioè impiegato a tempo indeterminato, dipendente di medie o grandi aziende private o del settore pubblico - non è più assolutamente preponderante, anche se rimane relativamente maggioritaria, mentre è grandemente cresciuto il peso del lavoro precario.
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